Se tuo figlio si svaluta continuamente, minimizza ogni suo successo e sembra convinto di non essere all’altezza, probabilmente ti senti impotente. Magari hai provato a incoraggiarlo, a elencargli le sue qualità, a ricordargli tutti i traguardi raggiunti. Eppure nulla sembra funzionare. La verità è che l’autostima fragile nei giovani adulti raramente dipende da un singolo fattore, e capirne le radici è il primo passo per aiutarli davvero.
Le ricerche psicologiche ci dicono qualcosa di importante: quando durante l’infanzia proteggiamo troppo i nostri figli, rischiamo che l’iperprotezione genitoriale comprometta lo sviluppo della resilienza e della capacità di prendere decisioni da soli. Sembra un paradosso, ma è così: proteggere eccessivamente significa impedire ai ragazzi di sperimentare il fallimento, di sbagliare e di imparare a rialzarsi. E quella fiducia nelle proprie capacità nasce proprio dal superare ostacoli veri, non dall’evitarli.
Ma non è solo una questione di come li abbiamo cresciuti. Oggi i giovani adulti vivono immersi in un mondo dove la cultura della perfezione alimentata dai social media crea confronti continui e spietati. La loro vita quotidiana, con tutte le imperfezioni normali, viene costantemente paragonata alle versioni idealizzate degli altri su Instagram o TikTok. Non c’è da stupirsi se molti giovani sperimentano la sindrome dell’impostore, quella sensazione di non meritare i propri successi, di essere un bluff destinato prima o poi a essere smascherato.
Perché i complimenti non bastano (e a volte peggiorano le cose)
Molti padri, con le migliori intenzioni, cercano di aiutare ripetendo quanto il figlio sia capace, intelligente, talentuoso. “Ma cosa ti manca? Hai tutto per riuscire!” Ti suona familiare? Il problema è che frasi del genere spesso sortiscono l’effetto opposto. Tuo figlio percepisce un divario enorme tra ciò che tu vedi e ciò che lui sente di essere, e questo amplifica il suo senso di inadeguatezza.
Il meccanismo è sottile ma potente: ogni complimento che non sente autentico diventa un’aspettativa che teme di tradire. Ogni “potresti fare di più” risuona come un “non sei abbastanza”. L’antidoto non sta nel tacere o nel minimizzare i suoi pregi, ma nel cambiare completamente il modo in cui comunichi.
Come aiutarlo davvero: strategie che funzionano
Riconosci lo sforzo, non il talento
Invece di concentrarti sulle capacità innate o sui risultati finali, prova a riconoscere gli sforzi quotidiani. C’è una differenza enorme tra dire “Ho notato quanto ti sei impegnato in questo progetto” e “Sei bravissimo in questo campo”. La prima frase riconosce un’azione concreta che tuo figlio ha compiuto, la seconda crea una pressione identitaria difficile da sostenere. La psicologa Carol Dweck ha dimostrato che riconoscere lo sforzo costruisce un’autoefficacia più solida rispetto all’elogio delle qualità personali.
Mostragli che anche tu sei umano
Quando racconti i tuoi dubbi, le scelte sbagliate, le occasioni in cui hai esitato o ti sei sentito inadeguato, offri a tuo figlio uno specchio realistico di cosa significa essere umani. Non si tratta di sminuirti o di apparire debole, ma di normalizzare l’imperfezione. Molti giovani adulti crescono vedendo i genitori come figure infallibili, e questo standard irrealistico diventa il metro con cui giudicano se stessi. Quando scopri le tue carte, gli permetti di accettare anche le proprie.

Lascialo decidere (anche se sbaglierà)
Invece di intervenire o consigliare di fronte a ogni esitazione, prova a creare situazioni in cui tuo figlio possa sperimentare scelte a basso rischio. Decisioni su viaggi, acquisti importanti, progetti personali. Il tuo ruolo? Limitati a porre domande che stimolino la sua riflessione: “Quali opzioni stai considerando? Cosa potrebbe succedere in ciascun caso? Cosa ti dice l’istinto?” Così costruisci la sua capacità decisionale senza togliergliela dalle mani.
Quando è il momento di chiedere aiuto a un professionista
Esiste una linea sottile tra insicurezza normale e disagio psicologico strutturato. Se l’autosvalutazione di tuo figlio si accompagna a ritiro sociale, paralisi decisionale totale, sintomi depressivi o ansiosi, il supporto di uno psicoterapeuta specializzato diventa necessario. Gli studi ci dicono che esperienze difficili nell’infanzia, dinamiche familiari conflittuali o mancanza di sostegno emotivo possono aumentare significativamente il rischio di sviluppare ansia e depressione nell’età adulta.
Proporre un aiuto professionale non significa ammettere di aver fallito come genitore. Significa riconoscere che alcune difficoltà richiedono competenze specifiche che tu, semplicemente, non hai. E va benissimo così. Il modo in cui presenti questa possibilità fa la differenza: non come soluzione a un problema grave, ma come opportunità di crescita personale e acquisizione di strumenti utili per tutta la vita.
La verità scomoda: meno cerchi di convincerlo, più lo aiuti
L’autostima autentica non si trasmette attraverso discorsi motivazionali o rassicurazioni ripetute. Germoglia dal riconoscimento di esperienze concrete in cui tuo figlio si è dimostrato competente. A volte puoi fare molto di più tacendo e osservando che non moltiplicando esortazioni. Crea opportunità, fatti da parte quando lui avanza, celebra i piccoli progressi senza enfasi eccessiva.
La fiducia in se stessi si costruisce attraverso cicli ripetuti: tentativo, eventuale errore, apprendimento, nuovo tentativo migliorato. Il tuo ruolo in questa fase non è proteggerlo dal fallimento, ma aiutarlo a interpretarlo come informazione anziché come condanna. Un giovane che impara a dire “questa strategia non ha funzionato” invece di “io non funziono” ha già compiuto metà del percorso verso una sana autostima. E tu, semplicemente standogli accanto senza giudicare, gli stai già offrendo il terreno migliore per crescere.
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